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Friuli, 6 Maggio 1976, L'Orcolat. 40 Anni dal grande terremoto
Redatto il: 06 maggio 2016 ore 07:58

6 Maggio 1976, esattamente 40 anni fa una delle scosse di terremoto più forti del ‘900 straziava il Friuli, in particolare i Comuni di Gemona e Venzone, rimasti nel ricordo comune come “rasi al suolo”.  Il terremoto “dell’Orcolat”, così i locali chiamano quel sisma. L’Orcolat (orco in Friulano) sarebbe un gigante mostruoso che, secondo le leggende, fu rinchiuso nelle montagne del Friuli ed un suo semplice movimento sarebbe in grado di provocare un terremoto.

Le cifre del sisma spaventano tutt’oggi: magnitudo 6.4, una durata della scossa di 57 secondi, 989 morti, più di 100.000 sfollati, 100.000 le case fra distrutte e danneggiate, più di 500.000 persone interessate direttamente dalla catastrofe. Il terremoto, e i momenti successivi ad esso, sono entrati nella storia per lo splendido esempio di solidarietà, sforzi compiuti, persone e cose in aiuto provenienti da ogni parte d’Italia giunte nella regione friulana. Furono proprio questo sisma e il successivo terremoto dell’Irpinia del 1980 a dare l’impulso fondamentale per la creazione del corpo di Protezione Civile.

Ogni volta che ci si trova a parlare di terremoti, si cade nell’errore “della memoria corta”. Purtroppo i processi geologici che portano alla formazione dei terremoti sono lentissimi, non paragonabili ai tempi della vita umana, ma la storia e i dati ci sono, sono lì per aiutarci a capire. Andiamo dunque a vedere.

Nell’immaginario comune, quando in Italia si parla di forti terremoti, la mente corre subito al Centro – Sud della nostra penisola, perché è lì che ricordiamo i sismi più forti. Ricordiamo appunto, perché per fortuna le cronache scritte nel passato e conservate negli archivi hanno permesso la ricostruzione e la localizzazione di terremoti avvenuti secoli fa, altrimenti dimenticati nel semplice “passaparola”.

Una prima immagine:

l’immagine sopra rappresenta la localizzazione dei 9 terremoti con magnitudo superiore a 7, quindi terremoti molto forti, avvenuti nell’ultimo millennio in Italia. I dati provengono dal Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani – CPTI11, di INGV. Effettivamente 8 eventi su 9 si distribuiscono lungo l’Appennino Centro Meridionale e in Sicilia. Però c’è un evento del 1348 che si posiziona nel nord est italiano, proprio nell’area carnica. Dalle cronache del tempo e dalle ricostruzioni del campo macrosismico pare che l’evento fu di grossa portata, rase al suolo interi villaggi, infatti per questo è catalogato con una magnitudo (macrosismica) di 7.02. Con magnitudo macrosismica si intende una magnitudo calcolata sulla base degli effetti prodotti dal terremoto e quindi non rilevata strumentalmente.

Oltre al CPTI11, INGV mette a disposizione un altro strumento molto utile per la consultazione della sismicità italiana, il Database Macrosismico Italiano – DBMI11. Attraverso una comoda consultazione per località potranno essere interrogati i comuni italiani e verranno restituite immagini come la seguente:

Nell’immagine sopra è riportata la storia sismica del Comune di Gemona. Si notano 3 eventi principali, il già citato 1348 poi 1511 e infine 1976. Il terremoto del 1511 è un altro evento molto importante per quest’area, infatti si trattò di un sisma di magnitudo 6.9 con danni ingenti e numerose vittime. Il 1976 è in realtà contraddistinto da 3 pallini, perché alla forte scossa di maggio 1976, seguirono altre due forti scosse nel mese di settembre 1976, di magnitudo 6.1 e 6.

Questi 3 forti terremoti distribuiti nell’arco di 600 anni circa rendono bene l’idea sulla sismicità delle Alpi Orientali, le quali sono appunto un’area ad elevata pericolosità sismica.

Nella seguente immagine invece sono messe a confronto le tre localizzazioni dei terremoti sopra riportati. 

In una recente revisione (Cheloni et al., 2012) l'epicentro della scossa di Maggio 1976 viene localizzata ad est di Gemona.
Dal sito del DBMI11 di INGV si può apprezzare come, dalla seguente mappa, il sisma abbia provocato danni ingenti in un’area piuttosto vasta: notare i pallini con scala di colore rosso-viola. 

Ma come mai questa zona del nord est italiano è soggetta a questi forti terremoti? La risposta sta nella microplacca Adriatica che si muove verso nord andando ad impattare contro la placca europea che invece è stabile. Una schematizzazione tettonica dell’area è fornita dalla seguente immagine (Cheloni et a., 2012), dove si nota la localizzazione degli epicentri di maggio 1976 a est di Gemona.

La freccia rossa in basso a destra mostra il movimento della microplacca Adria verso nord, con uno spostamento di circa 2mm all’anno. Il movimento è rotazionale, classico della dinamica delle placche terrestri, che ruotano attorno ad un punto: il polo di rotazione Euleriano è quello indicato con EU in figura. È come se in quell’area del Piemonte fosse piantato un perno e la placca adriatica si muovesse verso nord con un movimento del tutto simile a quello di un tergicristallo.

Questa collisione ha provocato numerose famiglie di fratture ed accavallamenti nella crosta terrestre al di sotto della regione friulana e nella figura sopra sono graficate con linee nere a triangolini. Questi sistemi di faglie sono i responsabili dei terremoti dell’area friulana.

Le informazioni su questi movimenti delle placche derivano da specifici studi di settore che mirano la loro attenzione agli spostamenti rilevati tramite strumentazione GPS. La figura seguente (Devoti et al.,2011) mostra i vettori di spostamento dell’area italiana rispetto all’Europa stabile, notare i vettori nell’area friulana (riquadro giallo).

 

 

Riferimenti:

-Cheloni  D., D’Agostino N., D’Anastasio, E., Selvaggi G. (2012). Reassessment of the source of the 1976 Friuli, NE Italy, earthquake sequence from the joint inversion of high-precision levelling and triangulation data.  Geophys. J. Int. (2012) 190 (2)

-Devoti, R., Esposito, A., Pietrantonio, G., Pisani, A.R., Riguzzi, F., 2011. Evidence of large scale deformation patterns from GPS data in the Italian subduction boundary. Earth and Planetary Science Letters 311 (3–4), 230–241,

-INGV CPTI11: http://emidius.mi.ingv.it/CPTI11/

-INGV DBMI11: http://emidius.mi.ingv.it/DBMI11/

 


A cura di: Giulio Torri
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